Appocundria e Saudade : stiamo parlando di Depressione ?

La parola, si sa, non sempre riesce a spiegare tutto, in particolare quando si tratta di emozioni, sentimenti. Questi due termini, appocundria e saudade, rappresentano chiaramente il limite sopra citato.

Facciamo però un passo indietro per coloro che non ne hanno mai sentito parlare o che hanno le idee leggermente confuse in merito.

L’Appocundria, come la Saudade, costituiscono parte dell’essenza umana. Sappiamo in molti che tradurle con melancolia, nostalgia, non è corretto, e che forse si avvicinerebbe di più lo spleen baudeleriano. Detto ciò, potremmo identificarlo con un gran paniere di sentimenti, in quanto non riusciamo a capire di cosa si tratti davvero se non con l’utilizzo di più frasi.

Ma passiamo al dunque.

Appocundria è una parola che appartiene al dialetto napoletano. Proviene dal greco ὑποχόνδρια, ὑπο = sotto e χόνδριος = costola e potrebbe essere tradotta in italiano ipocondria. I greci lo identificarono come un malessere principalmente fisico, situato per l’appunto al di sotto del costato (forse si trattava del fegato o della milza?), avente però delle radici psichiche.
Oggi, in effetti, per ipocondria si intende uno stato di ansia, di ossessione, per la propria salute fisica, ed è ahimè associato alla depressione, considerata a sua volta una patologia.
Appocundria è figlia di Napoli e del suo dialetto. È quel malessere che ben si percepisce nel fatalismo del suo popolo, nella rassegnata dolcezza della musica tradizionale partenopea e nella sua lingua pittoresca e drammatica. Quel sentimento paragonabile al momento in cui si contempla lo scorrere incessante della pioggia dal calore e dalla protezione della finestra della propria stanza. È la sofferenza di essere ormai lontano da una persona ed il sollievo di poterla ritrovare nei ricordi anche se sbiaditi.

Appocundria è un connubio di tristezza e di consolazione.

Saudade, invece, è figlia di due paesi, il Portogallo ed il Brasile. È una parola la cui origine non è chiara come per Appocundria ma riveste un ruolo principale nella lingua e nella cultura portoghese e brasiliana. La ritroviamo nelle opere di Fernando Pessoa, Vinicius de Moraes, nelle melodie straziate del fado come in quelle più allegre della bossanova e della samba. La respiriamo negli azulejos di Lisbona e in un bicchiere di Porto.
Per alcuni studiosi, proverrebbe da “saud”, “saudá” e “suaida” , il cui significato sarebbe “preto dentro do coração”, ovvero “il cuore scuro” (o cor scur scur che Roberto Murolo cantava in “Munasterio e Santa Chiara”).
Altri dall’espressione araba as-saudà utilizzata per esprimere un dolore al fegato, associato alla melancolia. Infine dalla parola solidão, solitudine, riferendosi a quello che provavano gli emigrati in Brasile, una volta lontani dalla famiglia e dal loro paese.*

Oggi, Saudade è utilizzata per una serie di situazioni e accadimenti : quando una persona che amiamo ci lascia per partire (in un altro paese o in un’altra vita), quando è da molto tempo che non degustiamo un piatto che adoriamo.

La Saudade è quello stato d’animo con cui il popolo portoghese e brasiliano hanno racchiuso il legame affettivo verso ogni forma di momento, di percezione, appartenente al passato, attribuendo così pari dignità a tutto ciò per cui essa si prova.

Possiamo dunque trovare un legame stretto fra questi due termini, mettendo l’accento sul fatto che l’uno provenga da un dialetto, l’altro da una lingua ufficiale.

Ora, la mia domanda è :

e se sostituissimo nel nostro quotidiano la parola depressione con appocundria? Se la considerassimo come lo stato d’animo naturale ed intrinseco all’uomo di insoddisfazione e di sofferenza? Se proprio questo malessere fosse, in realtà, considerato come una ricchezza emotiva, spirituale, e venisse lasciato esprimere attraverso l’arte, la musica, la poesia anche a coloro che si reputano, a torto, non talentuosi ?

A tal proposito, vi consiglio di leggere l’articolo del mio amico @bloggolo sul talento e la volontà.

La depressione è un termine dispregiativo ed inappropriato. Depressione è, nella nostra società, sinonimo di malattia; significa trattare il “paziente” sulla base dei sintomi, limitandosi alla manifestazione fenomenica di un blocco la cui origine andrebbe invece ricercata nel profondo dell’anima attraverso l’espressione.
Si somministrano medicinali, psicofarmaci di ogni genere, che assopiscono la nostra Coscienza del “bene” e del “male” .
Si trovano escamotage per fuggire costantemente dal dolore, dall’inquietudine, traendo vantaggio dalla condizione di “malati” e uccidendo silenziosamente ed inconsapevolmente la loro essenza a colpi di gocce come in una tortura cinese, in questo caso non d’acqua bensì di Tavor, Xanax o altro.


Si tratta di rinnegare la nostra natura, mutevole e contrastante.

In questo modo, anche quella che amo chiamare “fiamma di vita”, e che, spesso a fatica, contro raffiche di vento di rabbia, di desolazione, resta accesa dentro di noi, la lasciamo lentamente cadere in un sonno ed un silenzio senza ritorno.

Ricordiamoci, invece, che quella fiamma va coltivata giorno per giorno, abbracciata quando sta per abbandonare e tenuta al riparo, perché è lei l’unica a poter trasformare il nostro vuoto in pieno, l’assenza in presenza, la vile rassegnazione in coraggiosa accettazione del fato e di quello che la Vita ci offre.

*https://www.natgeo.pt/historia/2019/12/descubra-algumas-curiosidades-da-palavra-saudade

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