“Che cosa sono le nuvole?”, 1967-1968

“Capriccio all’italiana” è un film a episodi prodotto da Dino de Laurentis, girato nel 1967 e distribuito nel 1968. Alla realizzazione di questa pellicola partecipano sei registi, uno per ogni episodio.
Si tratta di un film che mescola armoniosamente leggerezza e dramma, tipico del cinema italiano di quegli anni.

Non volendo soffermarmi sul film completo, ho deciso di concentrarmi sull’episodio per me più commovente e diverso, “Che cosa sono le nuvole?”, firmato da Pier Paolo Pasolini e girato in soli 7 giorni.

Con estrema umiltà, proverò dunque a scavare dentro la complessità di questo capolavoro cinematografico.

Iniziamo dicendo che, a mio avviso, “Che cosa sono le nuvole?” è lo straordinario risultato di un’osservazione ed una riflessione di profonda sensibilità sulla Vita e sulla Morte.

La scena inizia con un Domenico Modugno, nei panni del monnezzaro, che apre e chiude l’episodio con una delle canzoni più strazianti scritta dallo stesso Pasolini, “Cosa sono le nuvole”.
Tutto si svolge sul palco di un teatro dove viene rappresentata una rivisitazione della storia di Otello e Desdemona. Vi sono attori di grande spessore quali Totò (Iago), Ninetto Davoli (Otello), Desdemona
(Laura Betti), Franco Franchi (Cassio) e Ciccio Ingrassia (Roderigo).

Gli attori sono presentati come marionette, simbolo, secondo la mia interpretazione, della libertà umana sempre condizionata, anche se parzialmente, dalla volontà del fato. Se notiamo bene, infatti, i fili a cui i personaggi sono legati, non influenzano mai il movimento delle braccia e delle mani, mentre sono queste ultime ad indirizzare, anche se nei limiti, la direzione dei fili, quindi del destino. Con una raffinatezza da pelle d’oca, il regista ha voluto forse precisare che, nonostante tutto sia sempre retto da leggi che sfuggono, ogni uomo preserva il suo libero arbitrio, ovvero la possibilità, come direbbe Sartre, di dare una risposta alla realtà (qualunque essa sia).

Momenti di ironia e di tenerezza si susseguono come ad addolcire allo spettatore la cruda Verità dietro le maschere. Totò (Iago) sembra rappresentare l’Ego, colui che costruisce castelli di sabbia o muri di cemento armato. Iago mostra con le sue parole anche una certa xenofobia, una paura del diverso, in particolare di Otello la cui pelle più scura diventa motivo di discriminazione verbale : “Quel moro cattivo”, grida Iago. La genialità di Pasolini sta tuttavia nello scegliere di colorare anche Iago di un colore : il verde, che personalmente ho collegato alla bile, quindi a sentimenti di rabbia e frustrazione.

Una diversità che si risolve in un confronto emozionante quando Otello chiede a Totò : “perché dobbiamo essere cosi diversi da come se credemo?” La risposta dell’Ego è “noi siamo in un sogno dentro al sogno”. Ed è proprio questa la percezione che si ha quando dall’esterno si assiste a questo episodio : gradualmente i criteri che pensiamo appartenere alla Verità, vengono dissolti, lasciando il posto ad una decostruzione dell’Inconscio e della Vita tout court.

La Verità è dentro di noi, è “Quello che senti”, ma non può essere mai svelata del tutto. Con questo lavoro, Pasolini riesce dunque ad andare sempre oltre lo spazio ed il tempo, le credenze ed i tabù (“Desdemona forse vuole essere ammazzata” dicono da dietro le quinte, come ad illuminare i lati più “perversi” e discutibili dell’uomo).

Alla fine, gli spettatori prendono parte interamente allo “spettacolo” e si schierano dalla parte del “Bene” : Otello, che intendeva uccidere Desdemona, e Iago, colui che ha generato discordia, vengono entrambi gettati, privati del loro ruolo nella farsa della vita.

Questa scena teatrale diventa così una vera e propria metafora, in cui la morte (ricordando anche l’opera A’ livella di Antonio De Curtis) finisce per placare gli impulsi ed unire tutti in un’unica sorte. La penultima scena, infatti, di una sensibilità sconvolgente, riesce a riportarci immediatamente alla realtà.

Ora non siamo più in un sogno.

L’episodio si conclude con un primo piano sui volti dei due “condannati”, il cui sguardo si riempie di nuovo di innocenza e di meraviglia che ricordano l’infanzia : “Cosa sono le nuvole?” chiede Otello a Iago. Per la prima volta, possono alzare gli occhi al cielo ed apprezzare la “straziante e meravigliosa bellezza del Creato”.



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